L’errore dell’interprete

L’incidente

“Era la mia prima esperienza di tirocinio come assistente sanitario presso lo Rigshospitalet (il più importante e grande ospedale statale danese che si trova a Copenhagen). Il mio compito era seguire il mio supervisore costantemente. Lavorava nel sistema sanitario da moltissimi anni e aveva ricevuto una formazione un po’ all’antica.

Un giorno, siamo entrati all’interno di una stanza in cui giaceva una ragazza araba di circa 14 anni. La ragazza era all’ultimo stadio della sua malattia cerebrale. Il suo destino era segnato ed era soggetta a dei frequenti arresti cardiaci. In caso di arresto cardiaco veniva sempre rianimata. L’intera situazione mi aveva terrorizzato un po’.

I genitori di origine libanese si trovavano nella stanza insieme al medico. Oltre a loro, nella stanza c’era anche un’interprete araba, secondo quanto previsto dalla procedura che ne prevede la presenza nel caso in cui il paziente e i familiari siano di origine straniera.

Il dottore spiegava ai genitori in danese che in caso di un nuovo arresto cardiaco l’ospedale non avrebbe più praticato la rianimazione, a causa delle condizioni della ragazza. Il dottore non ha fatto un riferimento esplicito all’eutanasia, ma il messaggio era quello.

L’interprete ha tradotto quest’informazione cruciale ai genitori, dando però il messaggio opposto, facendogli intendere che il dottore avrebbe nuovamente rianimato la ragazza. Per me si trattava di un errore evidente, poiché io stesso parlo l’arabo.

Il padre della ragazza parlava e comprendeva bene il danese al punto di recepire il vero messaggio del dottore, ma ero convinto che la madre non avesse capito la gravità della situazione.

Per via delle mie origini arabe e musulmane, ero sgomento ed ero sicuro che la madre non avrebbe mai accettato di sospendere le cure. Per questa ragione le ho chiesto se avesse compreso quanto le aveva detto il dottore. Quando me l’ha confermato, le ho suggerito di chiedere un nuovo incontro con il medico con un nuovo interprete che comprendesse bene sia il danese che l’arabo.

La mia speranza era quella di aiutare la madre in modo indiretto a comprendere le intenzioni del medico. Ero stato testimone di questo errore d’interpretazione e abuso nei confronti di una famiglia araba che avrebbe potuto avere delle gravi conseguenze dal punto di vista religioso. Non potevo stare fermo senza fare nulla.

Mi sono anche avvicinato al dottore che stava continuando il suo giro. Gli ho detto che per via delle mie capacità linguistiche mi ero reso conto che la madre non era stata correttamente informata su un argomento tanto delicato. Il dottore mi ha detto che l’interprete si era comportata in maniera corretta e che tutto si era svolto secondo le regole. Non aveva nient’altro da dire.

Ho informato anche il mio supervisore e mi ha risposto che il dottore era la persona incaricata di occuparsi della faccenda e noi non potevamo fare nulla. Ha sottolineato che io ero solo un tirocinante alla base della struttura gerarchica dell’ospedale, e non avrei mai potuto criticare il comportamento di un superiore.

Ero scioccato e scosso per ragioni etniche, culturali, religiose e professionali.

1. Identità degli attori nelle situazione descritta

1. Narratore

È un ragazzo danese di 24 anni che studia da assistente sanitario. Al momento in cui si è svolta l’intervista, il narratore era al suo tezo anno. Figlio di genitori migranti, la madre è di origini libanesi, mentre il padre viene dall’Iraq. Il narratore parla fluentemente l’arabo. Il narratore e la sua famiglia hanno un background culturale musulmano. Tuttavia, in questo incidente si è sentito minacciato da un punto di vista professionale, poiché ha un forte interesse per il proprio lavoro che ha scelto in base alla sua passione per le relazioni umane.

Il narratore è impegnato nella difesa dei principi di uguaglianza, rispetto delle diversità e non-discriminazione. Oltre al suo impegno accademico, ha ricevuto anche una formazione come consigliere della città di Copenhagen, un gruppo di giovani che lavorano in favore dell’integrazione nel sistema della formazione professionale.

Per questa ragione, il narratore è abituato a riflettere e a reagire in situazioni in cui ritiene che la giustizia e i diritti umani siano violati.

L’incidente coinvolge numerosi soggetti, oltre al narratore, presenti nella stanza della paziente:

2. Una famiglia libanese

Un uomo e una donna la cui figlia giaceva in ospedale. Entrambi dimostravano circa una trentina d’anni, mentre la ragazza ne aveva 14.

3. Un medico danese.

4. Un’interprete che traduceva dal danese all’arabo e viceversa.

5. Un’assistente sanitaria

Si occupava di seguire il narratore nel corso del suo tirocinio all’interno dell’ospedale. La donna ha un’esperienza trentennale nel settore

Non sappiamo se la famiglia e il medico si conoscessero, dal momento che più dottori possono essere coinvolti nelle cure di un paziente. Allo stesso modo, la famiglia potrebbe non aver mai visto l’assistente sanitaria, l’interprete e il narratore. Tuttavia, i professionisti potrebbero conoscersi a vicenda per via del fatto che lavorano allo stesso ospedale.

2. Contesto della situazione

L’incidente si è verificato nella stanza d’ospedale in cui giaceva la ragazza araba all’ultimo stadio della sua malattia cerebrale. I suoi genitori si erano recati lì per un consulto medico riguardo alla situazione e ai trattamenti che avrebbe dovuto affrontare la paziente.

3. Reazione emotiva

Il narratore era sorpreso e scioccato per il fatto che un tale errore di interpretazione potesse accadere in un contesto professionale. Si è sentito professionalmente chiamato a porre rimedio all’errore di cui era stato testimone, poiché lo considera un suo dovere morale.

Il narratore ha, in parte, reagito per ragioni emotive poiché sia lui sia i genitori della ragazza erano di origini musulmana, era spiaciuto per via della mancanza di considerazione per i valori culturali e religiosi della famiglia. Ha, infatti, riflettuto sui propri valori e sulla mancanza di rispetto nei confronti di altri valori culturali e religiosi in quella situazione.

Inoltre il proprio senso di responsabilità è stato chiamato in causa quando si è reso conto che la madre non aveva ricevuto le informazioni adeguate o l’opportunità di reagire alla sentenza di morte pronunciata per la figlia. Per questa ragione, il narratore ha scelto di agire senza tenere conto della gerarchia interna dell’ospedale. Ha sentito che per via delle proprie origini e delle proprie competenze linguistiche ha scoperto un errore che né il medico, né il suo supervisore avrebbe potuto individuare.

4. Cornice culturale di riferimento del narratore

Agli occhi del narratore sono queste le convizioni degli altri protagonisti che l’hanno indotto a reagire.

Intersezione fra norme e valori religiosi, etici e professionali

Il comportamento del padre ha generato degli scrupoli etico/religiosi e professionali per il narratore, oltrepassando il limite fra sfera professionale e sfera privata.

Il padre della ragazza era conscio del fatto che il dottore avesse deciso di interrompere la rianimazione, così come del fatto che la moglie non avesse compreso/non sia stata adeguatamente informata della decisione del medico. È possibile che il padre abbia voluto mantenere il silenzio per proteggere la moglie dallo shock e dalla certezza che l’ospedale avrebbe interrotto i trattamenti, applicando – di fatto – l’eutanasia. Sebbene l’eutanasia sia vietata dall’Islam, il padre potrebbe aver desiderato che la figlia, così gravemente malata, potesse andarsene in pace. Dal punto di vista del narratore si tratta di una violazione delle norme religiose.

Inoltre, da un punto di vista professionale, la complicità del padre nel fornire un’interpretazione sbagliata alla moglie ha generato ulteriori scrupoli. Per il narratore è fondamentale svelare le complicità in questi casi, per garantire trasparenza e chiarezza nelle procedure. Anche se il padre della ragazza non ricopre alcun ruolo professionale all’interno dell’ospedale, il suo silenzio e l’occultamento della verità rappresentano un dilemma per il narratore, che è conscio delle conseguenze religiose per l’intera famiglia.

L’intersezione fra strutture gerarchiche, competenza interculturale e approccio professionale a tutti i pazienti, qualunque siano le loro origini.

Il comportamento del medico solleva degli scrupoli professionali ed etico-religiosi, poiché si serve della propria posizione all’interno nella gerarchia dell’ospedale per mostrare la propria indifferenza professionale e interculturale nei confronti di una minoranza e delle esigenze della famiglia musulmana in una situazione molto delicata. Il dottore non controlla se i genitori abbiano veramente compreso la gravità e le conseguenze del proprio messaggio, ma si affida totalmente alla corretta traduzione dell’interprete. Tuttavia non si assicura della qualità e della correttezza del messaggio trasmesso. Quando il narratore lo informa del fatto che qualcosa è andato storto nell’intepretazione, si rifiuta d’intervenire per correggere l’errore, perché ritiene di aver già fatto il possibile.

Ci si potrebbe interrogare sul fatto che il medico abbia davvero adempiuto il proprio dovere e la propria deontologia professionale – oppure se il suo modo di reagire non testimoni una violazione del senso di responsabilità e del codice etico. Sebbene le procedure ospedaliere stabiliscano un determinato codice di condotta – come l’aiuto di un interprete – in pratica egli appare poco professionale per via del fatto che non si è assicurato che i presenti abbiano realmente compreso la sua decisione, specie i membri della famiglia musulmana. Per tutte queste ragioni, egli consolida la propria posizione nella gerarchia e si affida alla propria autorità per decidere della vita e della morte dei pazienti.

Il supervisore – che si trova i gradini più bassi – reagisce confermando le relazioni di potere.

Intersezione fra etica professionale e valori culturali personali

Il comportamento dell’interprete genera dei quesiti dal punto di vista professionale e culturale, per via della sua posizione subalterna dei confronti di un medico bianco che occupa il gradino più altro della gerarchia. L’interprete è una donna araba, forse di religione musulmana. In qualità di professionista dovrebbe accertarsi che il messaggio trasmesso aderisca alle intenzioni del parlante in una situazione tanto delicate per la famiglia coinvolta. È possibile che anche lei, come il padre della ragazza, abbia voluto proteggere la madre dal vero contenuto del messaggio. È possibile che sapesse del tabù dell’eutanasia. Tuttavia è anche ipotizzabile che sia stata restia a mostrare incertezze rispetto al contenuto del messaggio per via della situazione caratterizzata da una forte gerarchizzazione dei ruoli, consolidata dalla sua appartenenza a una minoranza etnica e dal proprio genere.

Grazie al proprio background culturale, il narratore conosce ed è consapevole dei sentimenti inespressi. Come sappiamo, egli si oppone a qualunque condizione di subalternità culturale, anche se nascosta.

5. Quale immagine emerge dall’analisi del quadro culturale di riferimento del narratore in riferimento all’altro gruppo coinvolto nell’interazione (es. neutrale, leggermente negativa, molto negativa, stigmatizzata, positiva, molto positiva, reale/irreale ecc.)?

Rabbia, sgomento e sorpresa nel trovarsi di fronte a una mancanza di senso di responsabilità del medico, del supervisore e dell’interprete.

Rabbia nel trovarsi di fronte a una mancanza di rispetto, ma anche di conoscenza e interesse, verso la cultura e i valori musulmani e la fede religiosa della madre.

Senso d’impotenza verso l’organizzazione gerarchica che intacca la credibilità dei professionisti, specie in situazioni in cui si ha a che fare con la morte.

6. Cornice culturale di riferimento dell’individuo/gruppo all’origine dello shock

Il medico danese:

In apparenza il medico non sembra curarsi realmente del fatto che la famiglia musulmana con delle difficoltà linguistiche abbia compreso la gravità delle condizioni in cui versa la figlia e le conseguenze della propria decisione. La sua etica professionale gli intima di rispettare alcune regole e procedure – come l’aiuto di un’interprete, ma, in pratica non si comporta in maniera professionale perché non si assicura che i presenti abbiano compreso il suo messaggio. In questo modo egli consolida la propria posizione all’interno della gerarchia. Si affida alla propria autorità come persona che può decidere della vita e della morte della ragazza.

La famiglia araba e il padre:

La famiglia araba coinvolta nell’episodio è di religione musulmana. Ciò è molto importante ai fini dell’analisi, poiché l’eutanasia è vietata nell’Islam. Il paziente nella fase terminale della sua malattia può decidere autonomamente di porre fine al trattamento, ma anche in questo caso si pongono dei dilemmi etici per via delle prescrizioni dell’Islam in materia di suicidio.

In questa triste e difficile situazione, il padre sembra trovarsi al centro di un dilemma etico: deve opporsi all’eutanasia? Deve considerarla come una forma di eutanasia attiva o passiva? Oppure deve mostrare pietà nei confronti della figlia morente e alleviare il suo dolore? Per fare ciò dovrà nascondere la verità alla moglie.

7. In che modo la situazione evidenzia un problema relativo alla pratica professionale, o in generale al rispetto delle differenze culturali in situazioni interculturali?

Dilemmi etici e professionali intorno all’eutanasia

L’eutanasia entra di tanto in tanto nel dibattito pubblico danese, in relazione ad alcuni casi. Di recente (a qualche mese di distanza dall’incidente qui riportato) un uomo anziano è stato processato perché ha dichiarato di aver aiutato sua moglie, malata terminale, a morire con una dose letale di farmaci.

In Danimarca, così come accade in altri Paesi, si distingue fra:

Eutanasia

Suicidio assistito

Eutanasia passiva

L’eutanasia avviene nel caso in cui il medico, di comune accordo con il paziente, aiuta l’uomo/la donna a morire somministrandogli/le una dose letale di farmaci. In Daminarca questo tipo di comportamento costituisce reato.

Allo stesso modo, il suicidio assistito prevede che il paziente ponga termine alla propria vita attraverso dei farmaci regolarmente prescritti da un medico. In Daminarca questo tipo di comportamento costituisce reato.

L’eutanasia passiva invece si verifica nel caso in cui in paziente, nella fase terminale della propria malattia, decida di rifiutare le cure che potrebbero tardare la sua morte. Il paziente riceverà allora dei farmaci che possano alleviarne le sofferenze, anche se potrebbero accelerare la sua morte. I medici o gli operatori sanitari possono scegliere di continuare o porre fine alle terapie che tengono in vita i pazienti che non sono più sensienti. Questa procedura non viola il Codice penale danese.

Tuttavia, nell’episodio descritto, il narratore è cosciente della concezione dell’eutanasia all’interno della cultura e della religione islamica. L’eutanasia è vietata e questo ha, per alcuni fedeli, una violenza maggiore rispetto alla legge danese. In questo caso si tratta di una forma d’eutanasia passiva considerata, comunque, immorale nell’Islam.

Pertanto, la questione dell’eutanasia rende evidente in questo caso il conflitto fra legge secolare e legge islamica.

Quesiti etici e professionali legati all’interpretariato e alla comunicazione

Il sistema sanitario danese ha operato per anni sulla base di regole formali e procedure legate alle differenze etiche, culturali e religiose dei pazienti e dei loro familiari. Il fornire un interprete fa parte di questo sistema che si propone di essere all’altezza delle sfide interculturali e dei requisiti comunicativi.

Tuttavia, l’episodio dimostra che c’è alcora molto da fare. Formare le competenze interculturali all’interno delle strutture gerarchiche tradizionali richiede molto tempo affinché queste contribuiscano a cambiare l’immagine che i professionisti hanno di loro stessi e dei loro privilegi.

Fino a quando regole di questo tipo non verranno applicate non solo da un punto di vista formale, continueremo ad assistere a incidenti in cui i pazienti e i loro familiari non solo non sono informati in maniera appropriata, ma sono anche privati del diritto all’autodeterminazione e scelta delle terapie.

In questo modo ci troviamo di fronte a un dilemma, le regole formali possono essere violate sia dall’irresponsabilità dei professionisti sia dalla mancanza di empatia e considerazione verso i pazienti e i loro familiari.