Perché le terapie antiretrovirali non stanno funzionando nei Paesi africani in cui tali trattamenti sono cruciali? (FR)

A cura di Aurélie Benoit

Testo di riferimento: Les antirétroviraux en Afrique : de la culture dans une économie mondialisée (I farmaci antiretrovirali in Africa : il posto delle differenze culturali nell’economia globalizzata) di Alice Desclaux in Anthropologie et Sociétés, Volume 27, numero 2, 2003, pp. 41-58 http://id.erudit.org/iderudit/007445ar

Introduzione

L’articolo Les antirétroviraux en Afrique: de la culture dans une économie mondialisée (I farmaci antiretrovirali in Africa: il posto delle differenze culturali nell’economia globalizzata) affronta il tema dagli scarsi successi ottenuti dalla somministrazione di terapie antiretrovirali in Africa, di fondamentale importanza per la lotta alle malattie sessualmente trasmissibili nel continente, confrontandoli con l’impatto positivo che tali farmaci hanno avuto in Occidente. La loro inefficacia sembra essere il risultato di un cattivo utilizzo del farmaco. Ci si è dunque chiesti per quale ragione tali medicinali siano utilizzati in maniera inappropriata.

Per quali ragioni non si segue la terapia? Spiegazioni culturali fuorvianti

Alice Desclaux osserva, innanzitutto, una tendenza a spiegare la scarsa efficacia dei farmaci attraverso un’ottica “culturale” poco corretta: le malattie sessualmente trasmissibili ed i farmaci utilizzati per curarle sono infatti oggetto di costrutti culturali ampiamente studiati dagli antropologi. Ma qui l’autrice si oppone all’individuazione di una causa culturale, soprattutto per quanto concerne la somministrazione della terapia, in altre parole: “il comportamento del paziente che segue la terapia prescritta”, “la sua capacità di attenersi al follow-up, seguendo le norme igieniche e la dieta, nonché la terapia farmacologica”. Da un punto di vista puramente medico, infatti, è necessario che il soggetto ingerisca oltre il 90% della dose prescritta affinché la terapia antiretrovirale faccia effetto. Escludendo le cause individuate dagli studiosi europei, è possibile affermare le ragioni che portano i pazienti a non attenersi alla terapia sono per lo più economiche o causate da un cattivo funzionamento del sistema sanitario della maggior parte dei Paesi africani, come, ad esempio, l’assenza del medico all’appuntamento mensile. In un altro articolo del 2001, « L’observance en Afrique: question de culture ou « vieux problème »de santé publique? » (Il rispetto delle terapie in Africa : una questione culturale o un vecchio problema di salute pubblica ?), l’autrice pur confermando la presenza di una questione culturale (un’affermazione che non contraddice necessariamente le tesi contenute in quest’articolo, in cui l’argomento viene trattato in maniera sommaria), riteneva che tale spiegazione potesse servire a nasconderne delle altre.

È bene ricercare spiegazioni di tipo ambientale ed economico.

L’autrice tenta di far comprendere meglio il fenomeno adducendo motivazioni di carattere fisico, sociale ed economico. Per quanto concerne le dimensioni fisica e sociale della questione, viene posto in evidenza come terapie antiretrovirali portino a una scomparsa dei sintomi nei pazienti. Succede, dunque, che la comunità che si stringe attorno ai pazienti li ritenga guariti ed esiga una contropartita che ripaghi l’aiuto prestato dai membri della comunità durante il periodo di convalescenza. Ciò rappresenta un aspetto interessante, perché contribuisce a far emergere una diversa concezione della solidarietà, basata sul principio del do ut des.

Alice Desclaux insiste, poi, sull’aspetto economico, ovvero sulla necessità di somministrare gratuitamente le terapie antiretrovirali. Di solito, infatti, solamente “i minori, gli operatori sanitari ed i pazienti coinvolti nella fase di sperimentazione” ricevono gratuitamente i farmaci. Allo stesso tempo, in quasi tutti i Paesi africani anche “i membri delle associazioni per persone affette da HIV ricevono dei sussidi che coprono in parte o totalmente i costi della terapia. Tali misure coinvolgono anche le vedove con figli a carico”. Si assiste, dunque, a una sorta di gerarchizzazione dei pazienti (con gruppi sempre più ristretti in alcuni Paesi). Tali osservazioni spingono l’autrice ad interrogarsi sul valore della vita umana. Del resto il costo della terapia ammonta a 100 dollari al mese, in una regione in cui una persona su tre guadagna meno di un dollaro al giorno.

Un’alternativa ai farmaci stranieri: la medicina neo-tradizionale

Le terapie “neo-tradizionali” nascono in questo contesto, proprio per rispondere alla penuria di farmaci antiretrovirali, con costi paragonabili alle cure occidentali. La loro diffusione è dunque legata alla volontà degli operatori sanitari di sfruttare a loro vantaggio “uno spazio lasciato vacante dalla medicina occidentale e aperto al costrutto sociale dei farmaci antiretrovirali”. L’articolo intende dunque porre in luce l’ambiguità della somministrazione dei farmaci neo-tradizionali, i quali s’ispirano ai principi della medicina tradizionale, eppure chi ne promuove l’utilizzo si serve di argomentazioni scientifiche “occidentali”. Ed è così che si è formato un meccanismo di difesa, basato su radici straniere.

La terapia come ambito pregno di significati

L’autrice suppone l’esistenza di una parte mancante della biomedicina che si manifesta in un doppio deficit di accessibilità alle cure e di carica identitaria. Il farmaco non è, infatti, un oggetto neutrale, poiché ad esso vengono attribuiti vari significati. La creazione di farmaci neo-tradizionali, pertanto, risponde all’esigenza di rimpossessarsi di un sistema simbolico.

Conclusione: Le terapie neo-tradizionali come mezzo per riappropriarsi di un oggetto alieno

D’altra parte, l’atteggiamento adottato nei confronti delle terapie antiretrovirali va reinterpretato in un contesto economico caratterizzato da lotte per il potere. La produzione di farmaci neo-tradizionali costituisce una risposta alle ineguaglianze causate dalla globalizzazione e va intesa come una strategia di resistenza capace di fabbricare oggetti simbolici a livello locale. I farmaci divengono dunque dei simboli dalle connotazioni sia economiche sia sociali. I farmaci antiretrovirali sono dunque dei vettori per la promozione e la legittimazione della medicina occidentale e, allo stesso tempo, sono funzionali alla creazione delle terapie neo-tradizionali la cui diffusione presenta degli indubbi vantaggi agli occhi delle comunità locali, quali: una maggiore possibilità di accesso alle terapie; un’efficacia ritenuta simile a quella dei metodi scientificamente provati; la possibilità di difendere l’identità africana attraverso l’entità simbolica del farmaco.

L’autrice non spiega chiaramente se l’uso dei farmaci neo-tradizionali costituisca un problema, ma si limita a sottolineare il ruolo simbolico che tali terapie svolgono per alcune persone e di come il loro utilizzo influenzi la creazione di una nuova “geografia del sistema sanitario” atta a descrivere le dinamiche sociali.